Analogica ossessione| Nikon L35AF

Caratteristiche:

  • Anno di produzione 1983.
  • Fotocamera compatta ad ottica fissa.
  • Obiettivo Nikon 35mm f2,8, diametro filtri 46mm con range di messa a fuoco da 0,8m a infinito.
  • Messa a fuoco automatica.
  • Mirino galileiano con cornice di riferimento e compensazione della parallasse.
  • Funzionamento in totale automatismo (necessario l’utilizzo di 2 batteria del tipo AA da 1,5V).
  • Flash incorporato del tipo pop-up Numero Guida 10.
  • Leva compensazione esposizione +2 EV.
  • Otturatore Centrale da 1/8 a 1/430.
  • Gamma sensibilità da 25 a 1000 ISO.
  • Funzione di Autoscatto.
  • Avanzamento film automatico.
  • Cella esposimetrica CDS sull’obiettivo, quindi i filtri verranno letti in termine di compensazione dell’esposizione.
  • Blocco della messa a fuoco (premendo a metà il pulsante di scatto).
  • Funzione di caricamento della pellicola semplificato.

 

 

Rieccoci.

Per compensare tutta quella profusione di metallo, cromature, meccanica di precisione e simil pelle (link qui) ho pensato di presentarvi una fotocamera tutta plastica…un inno agli anni ’80, quando l’industria fotografica decise che era il momento di produrre di più e riparare di meno.

 

La Nikon L35AF è quella che si definisce una point and shot (PS per gli amici), una fotocamera punta e scatta. Negli articoli a venire ne vedrete molte altre (ne ho tantissime!!!) con caratteristiche pressoché identiche o con funzioni molto avanzate. La motivazione del perché si dovrebbe possedere una macchina del genere cercherò di spiegarla più avanti, intanto partiamo dalle sue caratteristiche e dal suo funzionamento.

Dunque, vediamo… che dire… come spiegarlo…niente, non bisogna fare assolutamente niente di particolare. Scordatevi tutto quello che sapete su tempi, diaframmi e coppie equivalenti. Qui non c’è scelta, fa tutto la macchina fotografica che calcolerà l’esposizione in base alla sensibilità ISO impostata e in funzione di dove la stiamo puntando (la fotocellula del sensore è posta sull’ottica).

Dopodiché, fare una leggera pressione del pulsante di scatto, la macchina mette a fuoco, quindi spingere il tasto fino in fondo e un tripudio di rumori che assomigliano ad un asino che raglia in lontananza più che a degli ingranaggi che girano vi accompagnerà alla preparazione del fotogramma successivo.

La discrezione non è il suo forte.

Due parole sul sistema di messa a fuoco automatico, centro nevralgico della fotocamera per il suo corretto funzionamento e anche il suo punto debole. Al centro del mirino galileiano troveremo un piccolo riferimento di quella che è l’area da puntare sul nostro soggetto. Sempre nel mirino (in basso per la precisione) ci sono tre figure umane stilizzate, una in primo piano, una a mezzo busto ed una a figura intera, il quarto simbolo invece rappresenta una montagna. Quando premiamo a metà il tasto di scatto per azionare l’autofocus un ago si posizionerà sotto uno dei quattro simboli per confermare a che distanza la fotocamera ha focheggiato.

In verità l’indicatore ci permette di capire se l’autofocus ha fatto cilecca.

Spiego meglio: se sto facendo un ritratto in primo piano ad una persona e la lancetta nel mirino evidenza il simbolo della montagna vuol dire che la fotocamera ha messo a fuoco ad infinito e non a poca distanza da noi, quindi solleviamo il dito dal tasto di scatto, premiamo nuovamente a metà ed assicuriamoci che stavolta la freccetta indichi il simbolo stilizzato giusto.

Devo confessarvi che in condizioni di luce normale l’autofocus è piuttosto preciso, lento come un rimborso da parte della pubblica amministrazione, ma affidabile.

Una funzione molto interessante è quella di poter sovraesporre di 2 EV le nostre foto quando ci troviamo a scattare in controluce grazie ad una piccola levetta posta a ridosso dell’attaccatura tra corpo macchina ed obiettivo, questo ci permetterà di sfruttare situazioni interessanti in termini di illuminazione.

Su questa fotocamera Nikon non si è fatta parlare dietro, installando un’ottica che è entrata nella leggenda delle fotocamere compatte con ottiche di alta qualità.

“Pikaichi” è il soprannome dell’obiettivo (qualcosa che dovrebbe significare eccellente o fatto bene), uno schema ottico sonnar (vedi qui) rivisitato…rivisitato davvero bene!

Nitido, ottimo microcontrasto, bella resa nel bianco e nero ed eccellente rendering nella fotografia a colori sono alcune delle caratteristiche che hanno fatto tornare in auge questa fotocamera dopo la rivoluzione/involuzione digitale. La scelta di equipaggiarla con una focale 35mm si sposa perfettamente con le esigenze di molti.

Ottima per la fotografia di strada, per raccontare una giornata, un momento, un ricordo. Capace di marcare il vostro linguaggio attraverso una resa unica ed inconfondibile. Sempre pronta a scattare si lascia portare in giro facilmente grazie al suo peso contenuto e alla sua maneggevolezza.

Da non sottovalutare che, nonostante la vetusta età, parliamo di una fotocamera che funziona con 2 banalissime batterie stilo, economiche e facili da reperire ancora per molto tempo.

Non voglio farvi credere che questa sia la macchina fotografica perfetta, ha tantissimi limiti e limitazioni che, però, la rendono affascinante nella sua semplicità. Semplicità che non rinuncia alla qualità.

Bene, veniamo a noi; perché usare una fotocamera che ripudia tutti gli sforzi fatti per imparare la scala dei tempi, quella dei diaframmi, gli effetti della profondità di campo, il mosso il congelato e tante altre belle cose? Perché dovrei utilizzare una macchina fotografica il cui autofocus funziona a criceti che girano su di una ruota?

Perché si! Perché spesso dietro un mezzo “banale” e imperfetto si nasconde il segreto della felicità, della leggerezza, della consapevolezza che per raccontare bisogna saper vedere e non impostare una fotocamera.

Marco Di Meo

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