Analogica Ossessione | Yashica T4

Identikit:

  • Anno di produzione 1990.
  • Fotocamera compatta ad ottica fissa.
  • Formato pellicola 135mm.
  • Alimentazione 1 batteria CR123A.
  • Obiettivo 35mm f 1:3,5 Carl Zeiss Tessar 4 elementi in 3 gruppi, T *.
  • Avanzamento e riavvolgimento pellicola Automatico.
  • Mirino galileiano con cornice di correzione parallasse fissa.
  • Funzionamento totalmente automatico da 1sec. a 1/700.
  • Sistema Autofocus attivo ad infrarossi su 3 punti.
  • Intervallo esposizione EV 3,5 – EV 17 a 100 iso.
  • Lettura sensibilità pellicola tramite DX code da 50-3200 iso.
  • Dimensioni e peso 116,5 × 63,5 × 37 mm, 170 g.

“Il genio è un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice.” (Charles Bukowski)

Cominciamo cosi, senza se e senza ma, non vi chiedo come è andata la vostra quarantena e non vi racconto la mia (bene comunque, circondato da tutte le mie fotocamere dalla mattina alla sera). Oggi parliamo di semplicità con un forte riferimento alla fotocamera della recensione. Icona, status symbol, super ricercata, sovra prezzata, sopravvalutata, sopra…sopra le altre. La Yashica T4.

Si tratta di una “moderna” point and shot camera. Una delle ultime prima della rincorsa al nuovo mercato digitale con una discreta parentela alle spalle. Di fatto la nostra “T4” è stata preceduta dalla capostipite “T-af”, dalla “T2”, poi dalla serie “T3” e alla “T4” stessa è succeduto l’ultimo modello di questa fortunata generazione: la Yashica “T5”.
Denominatore comune a tutte, gli obiettivi con in bella vista la scritta Carl Zeiss Tessar 35mm e una rossa T*.

Per chi fosse completamente a digiuno di lustri nomi in campo ottico, o per tutti quelli che credono che dopo Canon o Nikon il mondo finisca (una sorta di terrapiattisti degli obiettivi), stiamo parlando di un marchio che ha fatto la storia della fotografia (e non solo) quando questa non era ancora alla portata di tutti, parliamo di un marchio che ha progettato e realizzato obiettivi di grande qualità e precisione già 120 anni or sono. Credo che in quel periodo in Giappone fotograficamente parlando si trovavano ancora in completo Medioevo.

Tessar (dal greco quattro) è il nome di uno schema ottico brevettato da Zeiss. In particolar modo ci si riferisce ad un obiettivo con 4 lenti in 3 gruppi. Non è il più nobile e complesso tra gli obbiettivi realizzati da Zeiss, ma sicuramente quello che ha la maggiore nitidezza e contrasto. Adlerauge (Occhio d’Aquila) il suo soprannome.

Mi piacerebbe raccontarvi di come una cosa così tedesca sia finita in una fotocamera giapponese ma non sono qui per spiegarvi come funzionano i mercati e l’industria di massa.

Sono qui invece per spiegarvi come funziona una Yashica T4 e mi sento anche un po’ inutile visto che la potrebbe utilizzare anche un bambino. Si perché la semplicità a cui mi riferivo all’inizio dell’articolo non era metaforica, è proprio semplice da utilizzare!!! Si apre lo sportello posteriore, si inserisce una pellicola nell’unico vano disponibile, si allunga il film fino ad una linea rossa ben indicata all’interno del vano, si chiude lo sportello e un simpatico ronzio ci porta al fotogramma 1. Siamo pronti.

La fotocamera ha solo 4 tasti. Uno è una levetta che scorre destra-sinistra per accenderla e spengerla, uno è il pulsante di scatto che se premuto fino a metà corsa tiene bloccata la messa a fuoco come sulle fotocamere moderne (fate attenzione che è molto sensibile e per tenerlo premuto a metà senza rischiare di scattare per sbaglio ci vuole tatto), poi abbiamo il pulsate dell’autoscatto, ed infine l’unico vero tasto “complicato” della fotocamera che è quello del flash. Praticamente con quest’unico tasto si gestisce tutta la fotocamera nel suo funzionamento per la regolazione dell’esposizione, della messa a fuoco e per l’utilizzo del flash ovviamente.

In poche parole questo tasto grazie ad un piccolissimo display ci propone le seguenti modalità di lavoro:

  • Flash Automatico – la fotocamera decide quando è necessario usare il flash (magari causa scarsa illuminazione).
  • Flash Anti Occhi Rossi – prima del lampo di esposizione un pre lampo riduce le dimensioni delle pupille.
  • Flash In Mode – il flash parte sempre per schiarire in controluce i soggetti.
  • Flash Off – la fotocamera non userà il flash lavorando con tempi lenti fino a 1 secondo.
  • Infinito – la fotocamera focalizzerà la messa a fuoco ad infinito.

Insomma c’è tutto quello che serve per un uso che va ben oltre le reali necessità su questo genere di macchina fotografica, e comunque, non vi aspettate di avere tra le mani un fulmine di fotocamera.

La messa a fuoco (come nella maggior parte delle macchine fotografiche di quel periodo) viene memorizzata mentre si tiene il tasto di scatto premuto a metà, ma l’ottica non si muove e rimane nella posizione di stand by, solo quando si preme fino in fondo il tasto di scatto l’obiettivo avanza il necessario per mettere a fuoco quello che aveva memorizzato, poi si apre l’otturatore per esporre il fotogramma. Capite bene che anche se tutto avviene il modo fluido e veloce non potremmo proprio definirla immediata!
Inoltre una delle cose che più ti manda ai matti su questo genere di fotocamera è il fatto che non tiene in memoria le impostazioni scelte. Se per esempio impostiamo la funzione per disattivare il flash ogni volta che spengiamo la fotocamera (magari per non consumare la batteria o per proteggere l’obiettivo che in off rientra e viene coperto da un “tappo”) questa viene cancellata e la fotocamera torna nella modalità flash automatico. Oppure se impostiamo scatto su infinito ad ogni fotografia dovremmo ripristinare la funzione perché rimane in memoria solo per uno scatto. Ma dico io, chi ha progettato l’hardware/software? Topo Gigio? Vabbè lasciamo stare…

In compenso una delle caratteristiche più piacevoli di questa fotocamera risiede nella possibilità di poter mettere a fuoco fino a 35cm di distanza permettendo di fare anche primi piani con una focale non proprio da primo piano, molte sue concorrenti arrivano al massimo a 60-70 cm di minima distanza di messa a fuoco.

Il flash è buono, ben calibrato e con il solo limite di non poter illuminare troppo lontano dalla fotocamera (diciamo non oltre i 3 metri). L’esposimetro funziona bene, difficilmente si sbagliano foto se non in situazioni di luce davvero particolari. L’obiettivo è quello che è, nitido, bei colori, scala dei grigi un po’ “corta” ma piacevole, vivace. L’autofocus funziona bene, ma non lo paragoniamo a quello di una reflex.

Insomma una buona fotocamera da portarsi dietro tutti i giorni, semplice, efficace, versatile. Si usa facilmente per foto di street senza pretese, paesaggi urbani, ritratti e perché no qualche dettaglio ravvicinato.

Tutto senza impegno, senza pensare al tempo, al diaframma o al giusto iso. Devi solo mirare e scattare (che paradossalmente è la cosa più difficile da fare). Le batterie sono di facile reperibilità e assicurano una buona durata anche con l’uso del flash che su questa fotocamera va praticamente utilizzato di continuo.

Oggi farò una cosa che non si legge spesso negli articoli di recensione di fotocamere vintage. Oggi vi dirò di non cercare questa fotocamera (se non al giusto prezzo). Perché non è una perla in un mare di cozze. Non è unica nel suo genere, non è il santo Graal delle fotocamere compatte. É semplicemente una fotocamera come tante, ma che a differenza delle altre ha elevato il suo stato da macchina fotografica interessante a status symbol.

Cos’ha di speciale questa fotocamera? Beh, prima che Terry Richardson la rendesse una fotocamera Cult la Yashica non aveva nulla di particolare rispetto alle sue concorrenti Olympus, Konica, Fujifilm, Ricoh ecc. Sono tutte ottime fotocamere con obiettivi fissi di discreta qualità, tutte con gli stessi pregi e difetti e spesso con gli stessi obiettivi (tutti 35mm f3,5).

E allora come è possibile che questo piccolo pezzo di plastica completamente elettronico (il giorno che si ferma o si inceppa la potete tranquillamente buttare nel cestino perché nessuno ve la riparerà) è arrivata a costare sul mercato dell’usato cifre che vanno dalle 200 alle 450 euro?!?!
Non lo so, non è la prima volta che succede e non sarà l’ultima. Spesso fotografia, collezionismo e stato sociale si intrecciano tra loro come la trama di un film di Christopher Nolan.

Quello che sto cercando di dirvi è che se state cercando un mezzo semplice per raccontare non avete bisogno per forza di una costosissima Yashica T4 o T5, quello che dovete apprezzare di queste fotocamere è l’idea che c’è dietro. La semplicità nell’uso come possibilità di tirare fuori la genialità che è in noi.