Culture Fotografiche: la Lentezza e il Silenzio Come Pratica di Alterità

Per una fotografia critica la posta in gioco è trovare un linguaggio capace di agire come pratica di resistenza, di “contro informazione”; cioè produrre immagini, opere visive che siano “intrattabili”. (Jaques Ranciére)

Opere “intrattabili” ovvero inutilizzabili da parte di un sistema informativo concepito solo per creare conferme e informare in modo superficiale.

Le immagini di cui parliamo si basano su una “sospensione”, sul mutismo provvisorio davanti a un oggetto visivo che vi lasci disorientati, privi della capacità di dargli senso, forse perfino di descriverlo; (tale sospensione) imporrà quindi la costruzione di questo silenzio in un lavoro del linguaggio capace di operare una critica dei propri cliché. (Georges Didi-Huberman)

Queste immagini ci dispensano da quel regime della compassione che, come giustamente sostiene Susan Sontag, permette di non sentirci “complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti”.

Le immagini intrattabili sono immagini con un’inquadratura nata spesso da una sorta di “corteggiamento” della realtà che prevede la lentezza di un’attesa, la capacità di contemplare in silenziosa solitudine, con un atteggiamento di attenta dedizione dello sguardo e della mente.

La fotografia critica è una fotografia in contrapposizione all’aggressività della cultura mediatica, una fotografia silenziosa ed evanescente, quindi di relazione e contemplazione del luogo e dello spazio.

Una pratica introspettiva, che si pone in ascolto del mondo e delle emozioni più profonde.

Trasformare l’atto della visione in un’interrogazione, in un percorso esperienziale.

Creare visioni che mormorano e che replicano il silenzio.

La fotografia deve inseguire scenari segreti e rarefatti.

Il nostro sguardo si deve insinuare tra gli interstizi del mondo, della storia, tra la bellezza e l’inquietudine, tra il passato e il presente, tra presenza e assenza, tra il vero e il falso … come in un gioco tra luce e ombra, tra bianco e nero.

La fotografia che si muove tra la lentezza e il silenzio è l’unica in grado di accogliere i ricordi sedimentati tra le tracce della memoria.

È dunque fotografia esprimente la rammemorazione, è fotografia capace di posizionarsi nell’altrove, capace di incrinare le nostre certezze e di mostrarci la dimensione misteriosa e nascosta nella realtà stessa.

La gran parte della fotografia, oggi, si confonde sempre più con la banalità oggettiva del “reale” e questa rinuncia ad essere diversa dalla vita, la condanna ad essere superflua, ed irrilevante.

Non solo, la sua pretesa di spiegare in modo univoco, perentorio, inequivocabile, assertivo, la rende volgare e arrogante.

Alla luce di tutto questo, si rende necessario un ripensamento attorno alla funzione e al senso della fotografia, alla necessità di una sua ridefinizione e riposizionamento all’interno della società degli uomini.

Gabriele Agostini