Culture fotografiche: Chi sono io? Autoritratto allo specchio e pratiche fotografiche.

Chi sono io? Autoritratto allo specchio e pratiche fotografiche.

Note, spunti e riflessioni.

– parte prima –

a cura di Gabriele Agostini

 

L’immagine di noi stessi, rispetto a quella che abbiamo degli altri, è ambigua e sfuggente perché non è soggetta a un rapporto di continuità dello sguardo.

Attraverso l’autoritratto l’opera diviene la proiezione del mondo in cui l’artista si confronta con la sua immagine: contemplarsi allo specchio è per l’artista riflettere sulla propria identità.

La sfida della creazione del proprio ritratto ha a che vedere con il bisogno dell’uomo di lasciare una traccia di sé nel mondo, affermare in tal modo la propria presenza e testimoniare il suo passaggio. L’autoritratto diventa il testamento simbolico per i posteri e si manifesta come desiderio di consegnare la propria immagine all’eternità: immortalarsi per rendersi immortali.

La rappresentazione di sé, del proprio volto o del corpo intero, è nell’arte del presente così come in quella del passato un soggetto ricorrente.

 

Tutti gli artisti si sono misurati con la loro immagine dipinta almeno una volta nella vita. Autoraffigurarsi può diventare anche una pratica ricorrente come nel caso di Rembrandt che realizzò più di cento autoritratti, registrando sulla immagine dipinta del suo volto le metamorfosi causate dal tempo e delle tristi vicende biografiche.

Per citare solo alcuni tra i più famosi autoritratti ricordiamo quello di Leonardo da Vinci disegnato con gessetto rosso in un’espressione di intensa profondità, i tanti autoritratti dipinti da Van Gogh che si immortala sulla tela con tratti che lasciano trapelare dramma e disperazione, le immagini del viso dell’artista  contemporaneo Francis Bacon così  deformate da risultare repellenti.

Ma quando autoritrarsi non era ancora una pratica diffusa, gli artisti ricorrevano spesso ad abili espedienti per inserire se stessi nelle loro opere: si confondevano tra la folla in scene a soggetto religioso ( Filippo Lippi si ritrae insieme agli angeli e ai santi che assistono all’incoronazione della Vergine), vestivano i panni di figure mitologiche o allegoriche (Artemisia Gentileschi si dipinge come allegoria della pittura) o usavano metafore per alludere a stati d’animo turbati e irrequieti ( in una scena del Giudizio Universale Michelangelo si rappresenta metaforicamente come una pelle scorticata).

 

 

Risulta evidente che il tentativo di definire la propria identità prende forma nell’opera non solo attraverso la raffigurazione esteriore, l’esatta somiglianza fisiognomica, ma anche mediante la sottolineatura dell’espressione emotiva e caratteriale, vale a dire ciò che non è dato vedere, in modo da elaborare una precisa “radiografia” interiore della propria esistenza.

Nell’autoritratto la superficie si fonde all’intimo e il volto diventa lo specchio dell’anima. “chi sono io?”.

Questa  è la domanda che si pone l’artista che si ritrae.

Nel  tentativo di rispondere a questo profondo interrogativo si devono abbattere i consueti confini della pittura poiché , nella pratica dell’autoritratto, l’artista non sceglie un aspetto della realtà che lo circonda, ma diventa lui stesso il soggetto della rappresentazione.

Il pittore si sdoppia e recita contemporaneamente due ruoli: l’esecutore dell’opera coincide con il soggetto medesimo, colui che dipinge equivale a colui che è dipinto.

“Per potersi ritrarre”, afferma Boatto, “è l’occhio del pittore che si porta di proposito su se stesso e, pure se non lo volesse, finisce inevitabilmente per misurarsi e per giudicarsi”.

Attraverso l’autoritratto l’artista realizza il desiderio di passare dalla parte antistante di quel delicato specchio che sono i suoi occhi, operazione che risulta non priva di insidie.

Lo specchio è lo strumento irrinunciabile nell’esercizio dell’autoritratto e nell’iconografia occidentale è l’attributo della personificazione della vanità, ma lo specchio è anche il simbolo della virtù che presiede alla conoscenza di se stessi.

Picasso osservò che lo specchio è in grado di rivelare aspetti nuovi e inattesi del nostro volto e di noi stessi, facendoci conoscere realtà profonde che potrebbero altrimenti sfuggirci irrimediabilmente.

Posare davanti allo specchio per progettare il proprio ritratto è significativo per un “faccia a faccia” tra il sé più nascosto e l’immagine riflessa.

“Per l’artista ritrarre se stesso”, scrive Marco Dallari, “non è solo mostrarsi e presentarsi ai suoi osservatori e al suo pubblico, ma anche progettarsi, proiettarsi fuori per potersi rispecchiare”. Questo sembra essere il motivo profondo dell’autoritratto: vedersi per conoscersi, mostrarsi all’altro per capirsi.

 

Dallo specchio all’obiettivo fotografico il passo è breve, non è forse la fotografia uno specchio dotato di memoria?

Hippolyte Bayard

E’ possibile far riemergere per il tramite della pratica dell’autoritratto l”altra parte di sé,” il rimosso dalla memoria diurna, il retaggio del passato?

È possibile varcare la soglia ed accedere all’altro lato del reale?

È possibile percepire gli infiniti invisibili possibili?

È possibile dare corpo fisico ai nostri luoghi fantastici?

Possiamo raccontarci giustapponendo al reale i frammenti eterogenei del nostro inconscio? Il collage così composto che valenza avrà per noi?