Il conte è nudo – di Lisa Bencivenni

Alisasaltarriva senza clamore, si toglie la giacca, si siede.

Apre la borsa come Mary Poppins.

Parla, si racconta.

La matita inizia a scorrere sul suo quaderno di appunti.

Lisa scrive tutto, ogni pensiero ogni idea, ogni cosa che le viene detta.

Eccentrica, poliedrica, volubile.

Lisa ha fatto di se stessa, del proprio corpo un’opera d’arte.

Lisa è una delle nostre modelle.

Lisa scrive, fotografa, racconta storie, viaggia, cambia città continuamente, parla con le persone.

Lisa si chiede e ti chiede il perché.

Lisa vive.

Si sta preparando per andare in scena.

Io non ho ancora fotografato Lisa.

Questa è Lisa.

 

Luisa Briganti

 

“il contenuto che hai pubblicato è stato segnalato. “

“il contenuto che hai pubblicato è stato rimosso per violazione degli standard della comunità.”

“standard della comunità sulla nudità:

rimuoviamo le foto dei genitali delle persone, di fondoschiena o di seni femminili completamente in vista. anche alcune descrizioni di atti sessuali che entrano troppo nel dettaglio potrebbero essere rimosse. queste restrizioni relative alla visualizzazione di nudità e alle attività sessuali si applicano ai contenuti creati digitalmente a meno che non vengano pubblicati a fini educativi, umoristici o satirici. siamo consapevoli che talvolta queste limitazioni riguardano contenuti condivisi per motivi legittimi, come campagne di sensibilizzazione o progetti artistici, e ci scusiamo per l’inconveniente”

credo sia più corretto dire “standHARD” e “ci accusiamo per l’inconveniente”, forse sarebbe necessario anche adottare un nuovo modo di dire (da aggiungere a postare, taggare, bannare..): “contenuDo”, conte-nudo che rimanda subito al Re Nudo, quello di quella favola che la racconta lunghissima a memorie, e non parlo di teste né di hard disk ma di pelli, cortissime.

ma, se questo, benché l’ennesimo, è solamente un inconveniente, perché mi ribolle il sangue da ieri?

forse perché è ottobre, tempo di vendemmia, e il cuore, da cui passa la circol’azione, diventa un tino; come diceva quella poesia? dài, sì, quella lì della nebbia agli irti colli, quella dove per le vie del borgo, dal ribollir de’ tini, va l’aspro odor dei vini, l’anime a rallegrar ma non quanto l’animatore televisivo di turno che la trasformò in un simpatico jingle qualsiasi.

la poesia.
poi sia,
poi, si ha voglia di non scriverla più,
di non inventarla, né cercarla
e regalarla invece che relegarla
ad una mensola di costole dorate e polvere:
perché dare in pasto la bellezza,
la leggerezza,
la spiritualità
a chi non sa che farne
se non farsene
una ragione?

la ragione, che basta poco e diventa religione che converte la realtà in altare ed il vino che bolle in sangue che macchia l’anima di peccato: ed è subito confessione.

ora, non ricordo, la confessione è anonima, giusto?
allora tutto torna, perché anche la segnalazione a quest’entità, magnanimamente (magna anima e mente) inflessibile blu e bianca, bandiera di condivisione, libertà di espressione ed espressione di libertà, che è facebook, è assolutamente anonima.
quindi, il segnalatore, il censuratore, che potrebbe essere benissimo lo stesso a cui “mipiacciono” i miei post ironici, le canzoncine famose, le scene dei film, le fotografie di Roma o quelle dei miei biscotti appena sfornati (poco importa se poi fanno schifo, basta che siano belli e rassicuranti della mia casalinghitudine latente), rimane qui imperterrito fra i miei contatti che, così, quando gli gira, decide di darmi una strigliata d’orecchie facendomi mettere in punizione (per adesso bloccandomi per 24 h dall’interagire sul socia-network per antonomasia, ma sono stata avvisata, perciò (dal)mezzo-salvata, che a lungo andare potrebbero diventare giorni, mesi, addirittura un’interneternità): insomma, peggio della maestra di religione quando ci lasciava nelle mani del più diligente della classe che, facendo cigolare il gesso sull’ardesia fino alle lacrime, segnava i buoni e i cattivi alla lavagna, perché, in quel caso, sapevo a chi mangiare il panino quando suonava la campanella della ri-creazione.

il mio sangue, però, non ribolle solo per la rabbia, per la noia, per l’evidente presa in giro di un meccanismo che replica virtualmente , con effetti nella realtà pratica e tangibile della società che calorosamente ci ospita come l’assassino accoglie in casa l’invitato all’ora del tè per farlo fuori con i pasticcini alla cicuta, ma per un sentore di, non so come chiamarla altrimenti, soddisfazione: se qualcuno è infastidito da ciò che fotografo, scrivo, disegno, dico, allora quello che faccio è davvero vicino dall’esser arte, perché l’arte non è mica quella che leva il fiato dentro ai musei, l’arte non è Michelangelo o Canova, difatti i culi al vento dei santi, i piselli a briglia sciolta degli angeli, le poppe gnude delle madonne allattanti alla mercè degli occhi di tutti a nessuno passa nell’anticamera del cervello di segnalarli, di coprirli, di nasconderli o censurarli: quella è decorazione, è tecnica perfetta, quella non inventa né denuncia, ma enuncia, descrive, riproduce, migliorandola, la realtà, innalzandola al regno dei cieli così da renderlo inconfutabile poiché giustificato da pennelli, scalpelli e tavolozze terrene, come noi. è lo stesso motivo per cui, quando mi sono spogliata sulla metropolitana, sono stata guardata, seppur di sottecchi, peggio di quando ho recitato di litigare con qualcuno prendendolo a schiaffi: se rimani in mutande in un luogo pubblico sei una puttana, se picchi qualcuno nello stesso luogo “sei una donna con le palle”, bizzarro!

ecco, a me non interessano le palle quanto la pelle, il sentire che travalica il guardare, il campo percettivo dal quale non hai scampo visivo, quel fastidio di chi non riesce ad andare oltre, a passare al post successivo di un qualunque fatto di polli-tica, di attualità o di consueta esasperata esistenza e deve necessariamente segnalarti per levare di mezzo quell’immagine come se non fosse rimasta dietro ai suoi occhi, precipitata al di là della retina in un posto dal quale non basterà un’autospia per lavarne la macchia, per disfarsi della carcassa. per questo poi avviene naturale che mi senta domandare:

“ma allora perché ti esponi? perché esibisci il tuo corpo?”

perché, rispondo io, dopo averci pensato sù per tanto tempo, un tempo in divenire che magari domani, ma anche fra due secondi, mi porterà ad una diversa considerazione, è ciò che mi rimane di più immediato di mille parole, di mille installazioni, performance, manifestazioni, paradossalmente, ma nemmeno così tanto sorprendentemente, le immagini di Woodstock , più di 40 anni fa, non facevano il clamore, non creavano lo scandalo che oggi, ahinoi, genera un seno nudo, un corpo senza vestiti, perciò, senza etichette, senza riferimenti al tenore di vita, alla religione, alla professione né a nessun’altra identificazione: la nudità è la cosa più naturale che ci appartenga, che ci differenzi, più del respirare, del pisciare o del mangiare, ed è proprio questa semplicità a rimanere l’unica minaccia al potere ufficiale, alla proprietà privata, al consumismo, all’omologazione, ovvero i flagelli creati ed alimentati dagli stessi che ogni giorno se ne lamentano attribuendone l’esistenza a chissà quale suprema entità impossibile da modificare, figuriamoci da eliminare.

allora, non a caso, pur di fuggire dalla consapevolezza, dalla responsabilità della condizione in cui ci si ostina a vivere, “perché altre non sono possibili, purtroppo è così!”, nascono nuove consolazioni, Refugium (d-eleganti) Peccatorum, para(tee)-religioni, para-psicoterapie: c’è chi fa yoga, chi di punto in bianco si dà alla meditazione affidandosi ad un qualsiasi guru moderno, un Messia dell’ultimora che, facendosi chiamare lifecoach, può predicare dell’importanza di non avere guru. allo stesso modo funziona la cultura ufficiale, i numerosi scrittori, registi, autori, filosofi, artisti, che diventano rassicuranti soluzioni indiscutibili e non ispirazione per ricercare, confrontarsi, su nuove possibili temporanee soUluzioni universalmente individuali.

non c’è nulla da fare, l’essere umano, in quanto, prima che tale, cittadino, abitante, persona, teme la relatività che lo caratterizza e cerca incessantemente rifugio da se stesso, consolazione, realizzazione, nella definizione che non prevede cambiamento, ripensamento, evoluzione:

eppure, cosa c’è di più definitivo a portata di mano di un corpo umano nudo?

(da “il Conte è nudo!”, L.B.)

 

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