Stai cercando il mistero? di Anna Parlani

Con vero piacere pubblichiamo l’articolo del giornalimo del liceo Classico Manara di Roma a cura   della studentessa Anna Parlani di 17 anni, che sta frequentando il corso di fotografia tenuto dal CsfAdams.

“Stai cercando il mistero?”

L’uomo è un essere contraddittorio, un torbido ingorgo di passioni, vivo, pulsante di fascino ineffabile.

Come tale, trova espressione in una forma d’arte di natura parimenti ambigua, la sola in grado di descrivere le miriadi di sfumature che danno volume ad una simile creatura: la fotografia. Essa nasce infatti dalla sintesi di logica ed intuizione, impulso meccanico ed artistico; continuo gioco di simulazione e dissimulazione è veridico documento dell’essenza delle cose, senza necessariamente rappresentare la realtà. Il fotografo è un predatore: percorre con la lente il repertorio umano che per lui posa inconsciamente, chiude un occhio, scruta nel mirino, affonda il dito sul “grilletto” ma non uccide, vivifica. In perfetta sinergia creativa con la propria macchina, l’artista cattura, ma allo stesso tempo libera: ogni sguardo, ogni gesto, ogni sorriso è svincolato dall’apparenza che lo offusca, per manifestarsi nell’autenticità del sentimento da cui è suscitato.

Bisogna cercare l’anima…bisogna guardare dentro! Suggerisce “Matteo, quando era Nicola” all’ingenua fotografa sicula ne La Meglio Gioventù; è necessario indagare il mistero sopito nelle persone e negli oggetti, interrogare il proprio soggetto, instaurarvi un rapporto affettivo e di dialogo. Fotografare non è il mero calcolo della convergenza armonica tra luce e spazio, è attesa, pazienza, riflessione sulla materia e ciò che ne può valorizzare l’impatto emotivo, condensate nell’intuizione fulminea dello scatto.

Ecco, allora, l’artista arrampicarsi su una sedia, prono sull’asfalto della strada, a cavalcioni d’una palizzata, intento, per mezzo della propria prospettiva,  ad inquadrare il mondo per metterne in luce il carattere ossimorico. Luce che modella le figure nell’oscurità, tenue e diffusa, risalta il pallore di un viso, rende gli occhi opali iridescenti ed i capelli di serica consistenza.

Luce liquida che scolpisce i corpi; rarefatta pervade la materia di contemplativa spiritualità. Luce calda, fredda, morbida, dura, alta, bassa, artificiale, naturale, frontale, laterale, controluce, diretta, riflessa, imprime le immagini nel sensore, inganna l’uomo alterandone la percezione della realtà. Sta dunque al fotografo scegliere l’illuminazione più congeniale a rendere la drammaticità delle ombre che si proiettano al suolo via via sempre più diluite, la serenità di un pomeriggio primaverile, la vacuità di un paesaggio metropolitano.

E ‘ possibile, poi, ascoltare la melodia di una foto, descritta dalla geometria o l’assenza di geometria della sua composizione, l’armonioso alternarsi di pieni e vuoti o il violento squilibrio tra le parti.

Omettere per esprimere, rappresentare per illudere. Missione del fotografo è infatti, da una parte,  concentrare l’attenzione sull’intimità del soggetto, isolandolo, mostrandone la grandezza seppur all’interno del suo microcosmo; dall’altra, attraverso il fotogramma, si ha solamente l’illusione di conoscere la realtà, che invece è inaccessibile e sicuramente meno interessante della poesia ritratta dall’artista: Cercare ai margini di un evento, dove le foto possono essere migliori dell’evento stesso (W. Allard)

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