Fotocrazia di Michele Smargiassi

Fabienne Cherisma aveva solo 15 anni quando la pallottola sparata da un poliziotto haitiano, forse per caso, forse perché l’aveva presa per una saccheggiatrice, le trapassò la testa. Cadde sulla polvere di un ghetto alla periferia di Port-au-Prince nei giorni drammatici del dopo terremoto di un anno fa. Sotto il suo piccolo corpo fasciato da un bolerino, una maglietta e una minigonna color fucsia c’erano ancora tre quadretti in cornice, forse un piccolo tesoro personale da salvare, forse invece l’ingenuo, superfluo bottino di una ragazzina in mezzo al caos dei saccheggi ai negozi: non fa differenza. La storia di Fabienne colpì come un pugno le coscienze quando le fotografie furono pubblicate un po’ in tutto il mondo. Ed è riemersa in questi giorni, perché unadi queste, scattata dal fotografo svedese Paul Hansen, ha vinto un premio fotogiornalistico in patria. Perché ve ne parlo?

cherisma-weberPerché assieme al premio sono arrivate, ormai è scontato, le polemiche. Qualcuno s’è ricordato che altrove, per esempio sul blog Prison Photography, era stata pubblicata un’altra fotografia di quella scena dolorosa, una fotografia molto diversa, scattata da Nathan Weber, meno essenziale e iconica delle altre, che mostra anche il fuoriscena di quell’evento drammatico, e nel fuoriscena è nascosto il contesto di produzione di quelle immagini: vi si vedono almeno una mezza dozzina di fotografi, schierati spalla a spalla, tutti meticolosamente al lavoro per trarre da quella visione l’immagine migliore possibile.

Non è certo facile, emotivamente, fare i conti con questa seconda foto. La tentazione di vedere il wild pack dei fotografi come un branco famelico che si accanisce sulla preda è forte. La rappresentazione dell’accanimento dei media attorno a un’immagine di forte impatto appare  vivida e disturbante. Qualcuno si è già domandato se dare un premio a un’immagine così ottenuta fosse moralmente giustificato. In questa seconda immagine sembra infatti dissolversi ogni aura di commozione, ogni retorica, per lasciare il posto a un sospetto di sfruttamento della sofferenza.

Ci risiamo, dunque, e dobbiamo rassegnarci: ci ri-saremo spesso, ed è giusto che sia così. Ma prima di tirare qualche conclusione, forse bisogna cercare di saperne di più. Il blog cui accennavo lo fece già a suo tempo, intervistando tutti i fotografi presenti che accettassero di parlare, per comprendere cosa fosse successo e come si fossero comportati in quelle circostanze. Ricostruì insomma, caso rarissimo, il processo di produzione di quell’immagine: i fotografi che arrivano uno dopo l’altro, avvertiti della notizia, trovano il corpo già senza vita, lo fotografano per almeno una decina di minuti, senza modificare nulla nella scena per renderla più fotogenica, fino a quando i parenti disperati di Fabienne accorrono e la portano via in braccio. Anche questo epilogo viene fotografato ampiamente. Nessuno dei fotografi dice di aver assistito all’omicidio, tutti affermano di essere arrivati quando la piccola era già morta e non c’era null’altro da fare per lei, se non raccontarne il destino. Perché, come scrisse Rory Carrol sul Guardian, “il problema non è se Fabienne sarà ricordata come una vittima del terremoto, ma di capire se qualcuno, oltre la sua famiglia, la ricorderà e basta”.

I fotografi hanno scelto insomma di registrare quel che i loro occhi, gli occhi di testimoni professionali, mandati lì per quello, avevano visto; di fare il loro mestiere, non potendo in quel momento fare altro. Se tutto quel che raccontano è vero, la discussione dovrebbe girare solo sul dilemma mostrare-non mostrare un’immagine di dolore estremo,  la stessa discussione che su queste pagine abbiamo sollevata attorno alla foto-choc presa sempre ad Haiti da Olivier Laban-Mattei (il quale per inciso è presente anche in questo gruppo di fotografi) e che ha vinto il World Press Photo. Non ripeto dunque quel che ho già detto a quel proposito.

Qui mi interessa sottolineare un altro aspetto importante di questa situazione. Non ci sono, in questa vicenda, solo i sei-sette fotografi che vediamo al lavoro nella seconda immagine. C’è un altro fotografo che non vediamo, perché è quello che l’ha scattata, l’immagne rivelatrice. Anche Weber è un testimone professionale, un fotogiornalista. Anche lui, verosimilmente, ha preso la sua foto “iconica” del corpo della ragazzina. Ma ha poi deciso di cambiare angolatura, e ha voluto scattare un’altra immagine, che raccontasse un’altra cosa, un altro aspetto della storia. Ha deciso di includere nel quadro anche i colleghi. Di produrre una testimonianza in più, una testimonianza particolare, che spezza la “quarta parete” dell’illusione fotogiornalistica, rompe la convenzione astratta e falsa che sia il nostro sguardo ad essere direttamente presente sulla scena, quasi per miracolo.

No, il nostro sguardo può vedere quella scena solo e soltanto perché uno sguardo “attrezzato” era materialmente lì.  Lo sguardo di un fotografo a cui noi (società, lettori, cittadini informati) abbiamo chiesto precisamente quello, di esserci. Possiamo ora rimproverare di averlo fatto, cioè di essere stato lì e di avere fatto il suo mestiere? In effetti quello che disturba nella foto “rivelatrice” non è che ci faccia vedere un fotografo in azione, ma che mostri l’affollamento di un nugolo di fotografi davanti alla scena. Affollamento che è l’inevitabile conseguenza di un regime dei media che vive di concorrenza fra agenzie e fra testate, ma anche della corsa di tanti e forse troppi fotografi freelance che nella catastrofe vedono un’opportunità di lavoro o un’occasione per mettersi in mostra, per vincere magari un premio che lanci la loro carriera, ragazzi intraprendenti ma spesso impreparati sia tecnicamente che deontologicamente, e questa è sicuramente una patologia del sistema dell’informazione visiva che non ha riscontri in quello dell’informazione scritta. Difficile però distinguere fra chi sa fare bene e con coscienza il suo mestiere da chi no. In ogni caso questo affollamento ci disturba, ci ricorda situazioni futili, l’affollamento dei paparazzi davanti al tappeto rosso della Croisette.

Ma allora, un fotografo solitario ci sta bene (perché non sta dentro l’inquadratura, perché ci illudiamo di vedere coi nostri stessi occhi)  e sette invece no, sette sono troppi?

Io credo nella virtù di questa seconda fotografia e nella scelta di chi l’ha fatta, scelta rischiosa, autocritica fino all’autolesionismo, ma eloquente e coraggiosa. Gli operatori dei media, i fotografi, in fondo fanno parte della realtà di un evento catastrofico, come gli operatori umanitari, i poliziotti, le vittime eccetera. Escluderli deliberatamente dalle inquadrature è una finzione teatrale, è una bugia che distorce la nostra facoltà di giudizio. Questa foto “rivelatrice” non è una critica all’accanimento dei media,di cui è comunque l’onesta ammissione; per come la leggo io, è una sfida all’ipocrisia del pubblico che chiede immagini e poi rifiuta di sapere come vengono realizzate, un pubblico che presuppone immagini viste da un occhio olimpico e disincarnato, che vuole ignorare che per avere una testimonianza occorre un testimone, occorrono molti testimoni, e che quello del testimone è un mestiere: difficilissimo, pieno di tranelli, di dilemmi etici da risolvere in pochi concitati minuti.

I fotografi, al di là delle loro qualità individuali, non possono essere gli “intoccabili” dell’informazione, i paria utili ma disgustosi a cui affidare i mestieri rivoltanti. Siamo noi che dobbiamo scegliere se vogliamo vedere o no. Se vogliamo vedere, i fotografi (uno, due, sette, cento) devono pur esserci (col rischio, certo, che non tutti siano all’altezza). Se invece la semplice presenza di molti fotografi sulla scena di un dramma ci mette a disagio, allora scegliamo di non mandarcene nessuno e di non vedere. Quel che non possiamo onestamente fare è consumare immagini, e poi disprezzare chi le fa.

Read and comment the original article at:
http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/2011/04/09/il-reporter-dentro-linquadratura/

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